Chiunque frequenti persone sopra i 65 anni avrà notato che, spesso, dormono meno delle classiche sette-otto ore consigliate senza apparenti segnali di affaticamento o cali nella mente. In casa, chi vive con anziani nota spesso un sonno più breve e spezzettato rispetto alla media generale. Ma dove sta il limite tra una naturale diminuzione del riposo e un disturbo che richiede un’occhiata medica?
Come cambia il sonno con l’età e cosa indica la durata del riposo
Col passare degli anni il sonno muta parecchio. Spesso chi ha superato i 65 mostra un sonno leggero, più frammentato, con un tempo totale che si aggira intorno alle 7 ore – che rientra comunque nel range normale, tra 7 e 8 ore. Ma attenzione: non si tratta di una regola fissa. Quello che conta davvero è la qualità del riposo, non solo le ore passate a dormire. Il sonno tende a farsi meno profondo e più interrotto, influenzato dagli stimoli esterni e da certe abitudini giornaliere.

Molti anziani dormono tra le 6 e 6,5 ore, eppure non si sentono stanchi o con problemi cognitivi. Si parla di un fenomeno del tutto naturale, che non segnala necessariamente un disturbo. In realtà, il vero metro di misura non è tanto il numero di ore di sonno, quanto la capacità di affrontare la giornata con energia e lucidità. Questo aspetto – spesso sottovalutato – vale più di mille conteggi notturni.
Chi dorme più di 9 ore può sembrare in forma, ma non sempre è così. Alcuni studi indicano che, negli anziani, un sonno troppo lungo può associarsi a un aumento del rischio di mortalità e a un calo delle funzionalità cognitive. Forse non è la causa, ma un segnale di fragilità, malattie croniche o disturbi dell’umore che meritano attenzione. Insomma, meglio guardare il quadro generale e non solo la durata del sonno.

Quando dormire meno è normale e quando è necessario intervenire
Il sonno cambia – è un dato di fatto – e spesso si accorcia con l’età senza creare problemi. Dormire meno di sette ore può rientrare tra le caratteristiche normali dell’invecchiamento, soprattutto se, durante il giorno, la persona resta sveglia e senza segni di affaticamento. Basta pensare a tante famiglie in Italia dove questo è la norma.
Ma c’è un “ma”. Se la riduzione del sonno si accompagna a stanchezza persistente, difficoltà a concentrarsi, irritabilità o aumento del rischio di cadute in casa, allora la qualità del riposo è scarsa e serve una valutazione medica. L’equilibrio tra quantità e qualità del sonno diventa, in questi casi, fondamentale per prevenire problemi più seri.
Cresce, poi, la tendenza negli anziani a concedersi il riposino pomeridiano, un comportamento comune e del tutto fisiologico. Il totale di sonno nelle 24 ore – notturno più pisolini – offre una visione più ampia e realistica della situazione. Nei mesi più freddi e con giornate più corte, questi riposini si fanno più frequenti, un adattamento che tra l’altro non guasta.
Dormire bene per vivere bene: indicazioni per un riposo efficace dopo i 65 anni
Per chi ha passato i 65 anni, un sonno di circa 7 ore rimane un buon punto di riferimento, anche se è normale oscillare tra 6 e 8 ore circa. Non serve fissarsi su numeri precisi: l’obiettivo vero è riposare abbastanza da affrontare il giorno con energia sufficiente e sicurezza nei movimenti. Molte variazioni nella durata del sonno sono – lo diciamo senza mezzi termini – un adattamento naturale all’età che avanza.
Quando il sonno smette di sostenere l’equilibrio psicofisico, ecco allora che si deve pensare a uno specialista. Fino ad allora, va osservata una serie di fattori: la qualità della notte, il tempo totale dormito e l’energia durante il giorno. Sono questi segnali a dire se si sta bene, anche con un sonno che sembrerebbe “ridotto”.
Negli ultimi tempi, considerando città del Nord Italia o Lazio, la tendenza è quella di combinare sonno notturno con qualche pisolino pomeridiano, per ottenere un ritmo più flessibile e personale. Una strategia adattativa che dimostra come – alla fine – non serva inseguire un numero fisso di ore, ma puntare al benessere reale, tangibile.
